Fuori registro! Dentro la relazione della rete. Una scuola che cambia dal di fuori

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I ragazzi ti muoiono davanti agli occhi un poco al giorno nella compressione della fantasia, nel distacco sempre più netto fra la scuola e la vita, nell’astuzia con la quale ti studiano per il proprio tornaconto. E tu t’illudi dei risultati, delle rispostine all’esame. [Mario Lodi]

La relazione insegnante-alunno è al cuore dell’azione didattica ed è  necessario che gli insegnanti siano formati per essere registi di relazioni equilibrate  capaci di sostenere buone esperienze di apprendimento.

Illuminanti sono le parole del pedagogista  Dewey che, nei primi decenni del Novecento, anticipatore dell’attenzione contemporanea alla riflessività nella professionalità docente, scriveva: “Dato che l’imparare è qualcosa che l’allievo deve fare da sé e per se stesso, l’iniziativa spetta allo studente. Il maestro è una guida e un direttore.  Egli dirige il battello, ma l’energia che lo mette in movimento deve venire da quelli che stanno imparando. Più l’insegnante è consapevole delle passate esperienze degli studenti, delle loro speranze, dei loro desideri, dei loro principali interessi, più e meglio egli capirà le forze operanti che hanno bisogno di essere dirette e utilizzate per la formazione di abiti mentali riflessivi”

Gli insegnanti, si coglie dall’argomentazione deweyana, devono conoscere i ragazzi e se stessi nella relazione con questi ultimi predisponendo con “equilibrio”, tema al centro delle tesi logiche e pedagogiche deweyane, “condizioni” e “materiali” che spingano i giovani a investigare, assumendo una postura mentale scientifica, che si basa sull’osservazione dei fatti, la formulazione di ipotesi, la ricerca di prove e di alternative che aiutino a dare una risposta a una situazione problematica.

La domanda che si pone oggi, in questo momento di emergenza Covid19,  forse in parte insoluta, è come sostenere gli insegnanti affinché sviluppino questa stessa postura nei confronti delle relazioni che quotidianamente instaurano  in una  classe virtuale  e di quelle “fenomenologie esistenziali ed educative”, più o meno visibili, che abitano la rete.  In situazione di didattica a cui siamo abituati prima del Covid 19, gli studenti portano a scuola di tutto, ed è di questo che gli insegnanti dovrebbero essere accorti osservatori capaci di tenere in seria considerazione anche quanto loro stessi, in quanto individui con una storia, una dimensione di appartenenza, un insieme di credenze, aspettative, rappresentazioni “portano con sé in classe.  Nella scuola multiculturale, crocevia di storie, linguaggi, culture, questa sensibilità diventa ancora più importante per contrastare la crescente condizione di “vulnerabilità” degli alunni figli dell’immigrazione che, più di altri, sembrano le nuove fasce deboli della popolazione scolastica.

Nella nuova  esigenza  di didattica digitale, l’ insegnante, oltre a mantenere la connessione, dovrà essere in grado di creare  legami educativi a distanza.  Il tema controverso al centro del dibattito sulla professionalità docente è come promuovere un tale sguardo “pensoso” sull’azione relazionale affinché sia generativo di cambiamenti nelle traiettorie scolastiche dei ragazzi.

Essere “pensosamente presenti” nella relazione educativa  a distanza  non è scontato e non può essere un a-priori. Ci vuole una professionalità disponibile a recuperare i saperi teorici effettivamente usati nella pratica, capace di apprendere e pronta a coniugare i saperi da insegnare o “saperi per insegnare” con i saperi “della pratica”.

Se ti muove la passione per questo tipo di lavoro, basta poco per trovare una via per la relazione!

La tecnologia ci viene incontro in molti modi e i  nostri alunni non giudicheranno la mancata perfezione nell’uso dello strumento che ci permetterà un contatto, ma ricorderanno che ci siamo stati per loro, non per andare “avanti col programma” (termini inidonei e veicolo di pericoloso contagio!) ma per accompagnarli verso quel fascino che possiede il conoscere e che nessun virus potrà contaminare!

Prof.ssa Maria Gentile

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