Mater artium necessitas – “La necessità è la madre delle abilità”

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I latini dicevano: Mater artium necessitas.
Il Coronavirus ci ha posto difronte alla consapevolezza  di essere   così fragili da rischiare l’estinzione di massa; per sopravvivere siamo stati obbligati a un regime durissimo: “ognuno a casa propria, evitate i contatti, usate i dispositivi di protezione, non avvicinatevi l’un l’altro”.
In pratica ci ha dato un limite chiaro. Siamo esseri limitati, dobbiamo  farcene una ragione.

Ma il limite spesso è indice di educazione e  stimolo creativo.

Che il limite sia una grande opportunità creativa lo sanno bene gli artisti,  non a caso,  Dominique Dupuy,   nel suo meraviglioso piccolo testo “La saggezza del danzatore” (ed. Mimesis) scrive: “…è dalla difficoltà, perfino dall’impossibilità di danzare, che nasce la danza…Spesso una debolezza, un incidente, un handicap ci inducono a cercare una soluzione ai problemi che ci pongono e questo tentativo apre delle porte impreviste…si sa di danzatori che dopo un incidente si sono rimessi in sella e, mettendo a profitto un lavoro paziente, preciso e rigoroso, hanno raggiunto una qualità di danza che fino ad allora era sconosciuta…
L’abilità sta nel  scoprire altre vie, piste, modo di fare, altre energie, per entrare negli atti più densi e delicati al tempo stesso… Non danziamo mai così bene come quando siamo un po’ affaticati; le nostre risorse attenuate, occorre suscitarne delle altre, la sensibilità profonda entra in gioco”.

Alcuni studi, condotti da Ravi Mehta dell’Università dell‘Illinois e Meng Zhu della Johns Hopkins University , dimostrano che le persone “costrette” ad affrontare una condizione di scarsità usavano gli oggetti disponibili in modo molto più originale.

All‘inverso, quando venivano offerte più possibilità, gli usi osservati erano quelli comuni. In pratica l‘abbondanza toglieva lo stimolo a stabilire connessioni impreviste e questo perché in condizioni di agio il nostro cervello fa molta più fatica a cogliere possibili variazioni dal consueto.

Quindi il limite è anche strumento di educazione e autoeducazione che permette uno sviluppo armonioso della personalità.

Sul tempio di Delfi non a caso, oltre alla più famosa indicazione “conosci te stesso” un’altra merita attenzione: “non esagerare” che letteralmente significa “non uscire dagli argini”, ovvero: resta nei limiti.

Essendo pertanto il limite uno strumento educativo, in questo particolare momento, ci sta insegnando il valore del tempo e del suo valore assoluto.

All’interno delle nostre quattro mura lo  abbiamo osservato, compreso  e finanche  gestito.

Coloro che credevano in doveri e piaceri socialmente definiti cui rispondere, oggi riflettono sul più semplice “cosa va fatto oggi” o “cosa è importante che io faccia ora”. C’è ancora un mondo da scoprire ma questa volta interiore.

E assieme al tempo, il limite imposto ci sta insegnando il valore della relazione, quella fisica, corporea, viso a viso, fatta di abbracci e cene assieme, fondata su tre o quattro sensi, spesso cinque; perché le relazioni vere si realizzano grazie ai nostri sensi: tatto, olfatto, vista, udito e spesso gusto.

Prof.ssa Maria Gentile

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