Un invito a pensare bene, in altre parole a non essere benpensanti (Edgard Morin)

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Nelle ultime ore si è tanto sentito parlare della metafora dell’Imbuto di Norimberga, in un contesto sociale in cui la vita quotidiana di chi studia e lavora nelle scuole italiane è stata completamente stravolta dalla diffusione del COVID-19, e dalle conseguenti misure d’emergenza adottate tra la fine di Febbraio e l’inizio di Marzo nel nostro Paese

La metafora dell’imbuto di Norimberga, è usata da Von Foester, trae origine da un incisione su legno del diciassettesimo secolo dove si vede una sedia sulla quale è seduto un ragazzo che in testa ha un buco nel quale è infilato un imbuto. In piedi accanto al ragazzo c’è l’insegnante intento a riversare nell’imbuto A, B, C, 2+2=4 e tutto il resto della sapienza dell’epoca. Questo favoloso e ingegnoso dispositivo è stato chiamato ’imbuto di Norimberga’ perché è in quella città che per la prima volta fu immortalato in un’incisione. La metafora dell’imbuto di Norimberga indica il concetto, arcaico, della conoscenza come qualcosa che alcuni possiedono e altri no e che i primi possono versare nelle menti dei secondi.

La prima convinzione può essere illustrata dalla Metafora dell’imbuto di Norimberga che trae origine da un incisione su legno del diciassettesimo secolo dove si vede una sedia sulla quale è seduto un ragazzo che in testa ha un buco nel quale è infilato un imbuto. In piedi accanto al ragazzo c’è l’insegnante intento a riversare nell’imbuto A, B, C, 2+2=4 e tutto il resto della sapienza dell’epoca. Questo favoloso e ingegnoso dispositivo è stato chiamato ’imbuto di Norimberga’ perché è in quella città che per la prima volta fu immortalato in un’incisione.
Si tratta di un dispositivo certamente molto attraente, se è vero com’è vero che ancora nel nostro secolo tutte le nozioni sull’imparare e insegnare ruotano attorno a questa idea della conoscenza come qualcosa che alcuni possiedono e altri no e che i primi possono versare nelle menti dei secondi. La conoscenza è concepita come un’entità, come un insieme di oggetti. Purtroppo le cose non funzionano così, ma si assume che così sia, che l’apprendimento sia un processo di questo tipo.

Heinz von Foester Inventare per apprendere, apprendere per inventare in: P. Perticari, M. Sclavi (a cura), Il senso dell’imparare, Milano, Anabasi, 1994

Rappresenta, in sintesi, una certa idea di insegnamento e di apprendimento, l’interlocutore è un contenitore  da saturare in maniera saggia, la conoscenza è rappresentata come  “trasmissione del sapere”, come se il sapere fosse costituito da oggetti trasferibili. Idea stupida e dannosa. Viceversa è importante partire dalla consapevolezza  che l’altro è espressione di un sapere, un sapere imperfetto (come il nostro, del resto) e con quel sapere bisogna fare i conti, esplicitando da dove vengono le reciproche conoscenze e come si sono formate nel tempo. Un modo, questo, per aprire un confronto che non “sappia” di  manipolazione.

La cosa interessante è la scritta di accompagnamento che suona così: L’imbuto di Norimberga era un tempo un grande onore ma oggi la gente è più intelligente, non ha più bisogno di lui!

Ecco, già a inizio del Novecento ci si rendeva conto che l’apprendimento “migliore” non è quello in cui si riversano nella testa dell’alunno una serie di conoscenze e abilità. Eppure, se ben guardiamo, PURTROPPO molte delle attività nelle nostre scuole, nonostante siano pensate per una didattica a distanza, sono ancora , spesso inconsciamente, guidate da questa metafora.

Anche in un contesto DAD non si deve mai dimenticare che l’oggetto dell’apprendimento è tra chi apprende e chi insegna anche da un monitor.

Conoscere, possedere un sapere è un processo che ci induce a fare i conti contemporaneamente con due posizioni. Una estremamente soggettiva, legata alla possibilità che il soggetto ha di riconoscere in ciò che gli viene proposto come contenuto di apprendimento qualche tratto (o molteplici tratti) da ricondurre a sé, alla propria storia, competenza, aspettativa.

L’altra che rimanda alla dimensione dialogica, di scambio e apertura verso l’altro. Si impara con e a partire dagli altri come è esemplarmente concretizzato dal fondamentale processo di acquisizione del linguaggio nel bambino piccolo.

In senso generale si può dire che siamo in possesso di una forma di conoscenza quando essa diventa parte della nostra esperienza, viene cioè rielaborata riconoscendone gli aspetti di vicinanza e di distanza.

Prof.ssa Maria Gentile

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